Un riflesso del passato

C’? chi era ebreo a sua insaputa e si ? ritrovato da solo. ? accaduto alla famiglia di Nikolay Karabinovych, uno dei pi? promettenti artisti ucraini, ultimo interprete della corrente concettuale odessita che irrideva il potere sovietico nei primi anni ottanta.

Karabinovych ? un tipico prodotto della Odessa cosmopolita. Ha radici ebraiche da parte della madre e greche da parte di padre (il bisnonno fu deportato da Stalin in Kazakistan con altri 60mila greci e l? mor?). Quelle ebraiche, per?, sono state rimosse per mezzo secolo. “Mia nonna viene dalla regione di Donetsk, a casa sua si parlava yiddish e si rispettava lo shabbat. Qui per? ha perso poco a poco la sua identit? ebraica. E durante l’occupazione ha distrutto tutti i documenti. Quando ? finita la guerra ormai non era pi? ebrea. Per mezzo secolo ha conservato il suo segreto, mia madre ha saputo di essere ebrea solo alla fine degli anni ottanta, quando nonna le ha detto tutto. E da un giorno all’altro mamma ? diventata un’ebrea osservante”.

Nikolay invece ha capito di essere ebreo a 14 anni. “? stata una mia scelta, nessuno mi ha imposto nulla. Quella ? l’et? in cui tutto ti incuriosisce, cerchi Dio e te stesso, e ti chiedi perch? il sole brilla”. Andava molto in sinagoga, ora non pi?, “solo per le grandi feste”. La religiosit? ? quasi svanita, l’identit? ebraica-odessita no, anche se per lui oggi lo spirito della citt? ? soprattutto un riflesso del passato.

Nikolay oscilla tra gli ebrei che se ne vanno e quelli che tornano. “Sono andato in Israele cinque volte quest’anno, per noi giovani ? normale fare avanti e indietro”. Anche lui ha investito nel Dizyngoff. ? un ottimo dj e ogni tanto si mette alla consolle. A Odessa sta bene e riconosce che qualcosa si sta muovendo: “C’? un’aria nuova, persone che pensano in modo diverso e non vogliono che questa citt? diventi un museo vivente”. Ma a differenza dei suoi amici e soci, e di altri ebrei tornati dall’estero con un progetto, Nikolay non crede che la rinascita di Odessa debba essere al centro della sua vita.

Quando gli chiedo se pensa di fare aliyah sorride: “Ho gi? fatto aliyah. Ho cominciato il percorso a febbraio e a luglio l’ho completato. Come ebreo ? una cosa che sentivo di dover fare”. Ora Nikolay ha una casetta a Tel Aviv, dove passer? buona parte dell’inverno: “Qui la temperatura scende fino a meno 20, l? sta intorno a pi? 20”. Oggi anche questo pu? essere un buon motivo per fare aliyah. “Ma continuer? a tornare a Odessa”, dice. “Non voglio dover decidere tra un mondo e l’altro, e oggi, grazie a Dio, non ? pi? necessario”.
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